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Sono 23 nel Centro-Nord (su 40 istituti penitenziari) le associazioni e le cooperative con sito internet che organizzano lavoro per i detenuti, soprattutto in Toscana (14 aziende su 17 istituti) ed Emilia-Romagna (7 su 13). C’è chi si occupa di agricoltura e di allevamento, chi impara il mestiere dello chef o del gelatiere e chi, come a Volterra, è impegnato nella sartoria. All’interno del laboratorio si realizzano migliaia di manufatti ogni anno per conto dell’Amministrazione penitenziaria: pigiami, tute da lavoro, camicie e pantaloni, ma anche borse, copri letti e tappeti realizzati con la tecnica del patchwork, che poi vengono anche esposti e venduti in occasione di mostre e mercatini.
Una realtà attiva da oltre 50 anni in cui oggi sono impegnati circa 30 condannati penali. “Con questa attività lavorativa - spiega Cristiana Venditti, funzionario delle professionalità giuridico-pedagogica della Casa di reclusione di Volterra - si vuole implementare le. competenze professionali dei detenuti, incentivandone il senso di responsabilità, nonché monitorare la tenuta lavorativa dei soggetti coinvolti”. Per i detenuti rappresenta un’importante occasione di riscatto, che permette loro di imparare un mestiere e di uscire dalla routine carceraria; uno svago, ma anche un percorso di reinserimento nella società, con la speranza di un lavoro, una volta scontata la pena. I detenuti sono impegnati per 20-25 ore a settimana e hanno uno stipendio di Circa 200-300 euro al mese. Secondo Alessandro Cini, funzionario area pedagogica della Casa di reclusione di Volterra, “l’attività del lavoro è un obiettivo anche individuale per l’invio di un aiuto economico a casa”. A Volterra le pene sono medio lunghe. La maggior parte delle persone recluse pensa alla fine della pena e il lavoro in sartoria rappresenta un istituto premiale. “L’apprendimento di un mestiere è un investimento su se stessi - spiega il detenuto D. R. - e il suo svolgimento aiuta a sperimentare le proprie capacità e a stimolare una riflessione”. “Ha la capacità - prosegue un altro detenuto - di dare dignità e fiducia e può far riflettere su come e dove vengono indirizzate le proprie energie e capacità”. Vuol dire infine, secondo il detenuto L. L., “sentirsi realizzati, cercare un’indipendenza economica, apprendere un’arte che potrebbe essere un lavoro per il futuro”. Iniziative del genere sono in essere anche a Bologna, presso la casa circondariale Dozza, in cui i carcerati sono impegnati nella raccolta differenziata dei rifiuti elettrici ed elettronici e guadagnano circa 500 euro al mese per quattro ore al giorno di lavoro. Il laboratorio è attivo da due anni e occupa tre uomini del reparto penale. Qui lavatrici e lavastoviglie arrivano intere e vengono suddivise tra plastica, rame e parti elettriche, poi smaltite da un consorzio. I detenuti sono stati sottoposti a un periodo di formazione, selezionati per competenza, conoscenza tecnica e velocità. Dopo il tirocinio e sei mesi di borsa lavoro del Comune, sono stati assunti dalla cooperativa sociale It2. “Questa attività - spiega Daniele Steccanella, responsabile Laboratorio Raee in carcere società cooperativa sociale It2 - permette di ottenere da un lato obiettivi di recupero ambientale, dall’altro il recupero sociale di persone che possono reintegrarsi e reinserirsi nella società; dati alla mano del ministero della Giustizia, in questi soggetti c’è un abbattimento della recidiva del 70 per cento”. |